Capitalismo “incontrastato” e benessere sociale…

Tratto da
Capitalismo  “incontrastato” e benessere sociale: analisi di un improbabile binomio
di Massimo Pivetti
in “Il futuro del capitalismo” a cura di Bruno Jossa, ed. Il Mulino, 2004
Concezioni del mondo e critiche di carattere razionale

capitalismo1

In una delle sue note scritte in carcere tra il 1929 e il 1935, Antonio Gramsci osserva: ”E’una ubbia da intellettuali fossilizzati credere che una concezione del mondo possa essere distrutta da critiche di carattere razionale”. Keynes non avrebbe condiviso una simile tesi. Era infatti convinto che tanto l’accettazione delle sue critiche alle concezioni neoclassiche tradizionali che delle sue nuove idee, nonché l’adozione della politica economica ad esse ispirata, fossero solo questione di tempo: il tempo occorrente a persuadere della loro fondatezza sia l’esperto che l’uomo comune (Keynes 1934, 35)

L’esperienza dei primi 25-30 anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando il keynesismo divenne la nuova ortodossia nella maggior parte dei paesi a capitalismo avanzato, parve dare ragione a Keynes. Ma il ritorno nell’ultimo quarto del secolo appena trascorso dell’ortodossia dominante tra le due guerre mondiali contrasta con la convinzione di Keynes e sembra dare ragione a Gramsci.

Keynes riteneva che il principale ostacolo alla piena occupazione nei paesi capitalistici fosse costituito dal “convincimento che la crescita del capitale dipende dall’intensità dell’incentivo al risparmio individuale e che per una larga parte di questa crescita dipendiamo dal risparmio dei ricchi sul loro superfluo” (Keynes 1936). Egli quindi si adoperò per liberare sia l’esperto che l’uomo comune da questo errato convincimento, insistendo sul fatto che la formazione di capitale dipende in larga misura dal consumo e che ogni indebolimento persistente nella propensione a consumare non può che indebolire la domanda di capitale insieme a quella di consumo.

Tuttavia negli ultimi vent’anni del secolo scorso le politiche economiche si sono di nuovo ispirate ai “convincimenti” da lui strenuamente criticati. Si pensi alle riduzioni della progressività dell’imposizione, alla riduzione o abolizione delle imposte di successione, alle politiche di “risanamento finanziario” realizzate attraverso tagli delle spese sociali. Si è andato insomma riaffermando il convincimento, nel corso degli ultimi anni del Novecento,che i governi più virtuosi fossero quelli capaci di adoprarsi per il benessere delle generazioni future, nonostante esse non votino, tramite l’imposizione di sacrifici alle generazioni presenti. Un convincimento assurdo per il keynesiano convinto che la collettività può fare accantonamenti per il futuro solo mediante la produzione fisica corrente e che quindi sono proprio le politiche volte ad elevare il tenore di vita delle generazioni correnti le più suscettibili di arrecare i benefici maggiori alle generazioni future. Mentre le politiche volte all’aumento del risparmio riducono insieme alla domanda di beni di consumo anche quella di beni capitali, e riducono per questa via le possibilità di consumo delle generazioni future. Niente più dubbi sembrano dunque rimanere sulla virtù della parsimonia?

Ascesa e declino del keynesismo

Ma per due o tre decenni dopo la seconda guerra mondiale gli sforzi di Keynes parvero essere riusciti a liberare sia l’esperto che l’uomo comune dalla ossessione piccolo borghese per il risparmio. Si diffuse al suo posto la preoccupazione che il risparmio potesse avere un effetto depressivo su produzione e occupazione e i responsabili della politica economica di numerosi paesi furono indotti a realizzare dei “costosi” programmi di benessere sociale: buone scuole e biblioteche, ospedali e comodi alloggi accessibili a più persone, trasporti pubblici efficienti e sicuri, parchi ben tenuti, città pulite, una vecchiaia serena e dignitosa per tutti…. Tutte cose inconcepibili nel capitalismo senza spese pubbliche ingenti e con forme tollerabili di prelievo fiscale.

Le ricadute positive sulla produzione, sul livello di vita e sull’occupazione della generazione di allora e su quella successiva furono notevoli; quanto alla “costosità” di quei programmi di salvaguardia dei principali diritti sociali, essa si rivelò prevalentemente in termini di aumento del debito pubblico interno e non in una minore formazione di capitale. Di fatto i primi trent’anni successivi al secondo conflitto mondiale si rivelarono come il periodo aureo del capitalismo, con tassi annui di crescita del PIL e del prodotto pro capite più che doppi di quelli dell’ultimo ventennio del Novecento.

Da molti anni però l’obiettivo primario delle politiche fiscali è tornato ad essere il pareggio del bilancio. Quando reddito ed entrate fiscali non crescevano come previsto non si è esitato a ricorrere ad ulteriori tagli della spesa pubblica. I responsabili della politica economica sembravano considerare trascurabili gli effetti negativi dei tagli su produzione e occupazione e puntavano ad accrescere la propensione al risparmio delle famiglie. Si pensi al crescente ridimensionamento dei sistemi pensionistici pubblici, perseguito instancabilmente perché, oltre a contenere una delle componenti maggiori della spesa pubblica, aveva l’effetto di stimolare la popolazione a risparmiare di più per la costituzione di pensioni private ad integrazione di quella pubblica.

Secondo questo punto di vista, di nuovo generalmente condiviso, l’aumento del risparmio potrà creare condizioni favorevoli per la formazione di nuovo capitale.

Come spiegare il temporaneo successo delle idee di Keynes?

Nel corso degli ultimi 25 anni abbiamo dunque avuto modo di renderci conto che relazioni causali e aspetti cruciali del funzionamento del sistema economico, che dopo Keynes erano apparsi definitivamente acquisiti, in realtà non lo erano.

Drastici cambiamenti di visione come quelli ricordati su questioni così importanti di teoria e di politica economica, suggeriscono che l’affermazione delle idee di Keynes nell’ambito del capitalismo avanzato del secondo dopoguerra debba essere spiegata con argomentazioni diverse da quella economica.

Alla luce delle principali vicende storiche del primo Novecento, una spiegazione può essere trovata nel successo economico conseguito dalla Russia sovietica fino agli anni Sessanta e nel timore diffuso che disoccupazione, diseguaglianze sociali e povertà dotassero di armi troppo potenti gli avversari del capitalismo e della borghesia, finendo per attirare masse crescenti di persone verso il comunismo.

L’esistenza di un modo di produzione e di un sistema sociale alternativo, caratterizzato dalla drastica riduzione delle diseguaglianze e dalla piena occupazione, che era riuscito a sconfiggere il nazismo e stava attirando nella sua orbita un numero crescente di paesi, dava oggettivamente forza alle organizzazioni politiche e sindacali di ispirazione socialista operanti in molti dei principali paesi capitalistici e, più in generale, rafforzava i lavoratori nella lotta di classe.

In queste condizioni, il mantenimento della stabilità sociale nel capitalismo avanzato finì per dipendere in larga misura dalla capacità del sistema di mostrarsi in grado di curare i suoi maggiori difetti storici. Lo stesso Keynes fin dagli anni Venti aveva riconosciuto all’esistenza della Russia Sovietica un ruolo di stimolo ad un migliore funzionamento del sistema capitalistico.

E’ ampiamente documentabile che alla fine della guerra in Inghilterra e nell’amministrazione americana si diffuse rapidamente la convinzione che la presenza di disoccupazione, povertà, bassi salari, e di una distribuzione del reddito fortemente sperequata avrebbero finito per decretare in buona parte dell’Europa occidentale il successo delle idee comuniste e avrebbero determinato una forte presenza dello Stato nella sfera produttiva a scapito dell’iniziativa privata. Prevalse allora la tesi che la soluzione del problema del comunismo in Europa non potesse essere che di natura economica: il continente poteva essere protetto dal “pericolo della sovversione comunista” solo favorendo in tutti i modi il suo sviluppo.

Si trattava di eliminare il più rapidamente possibile la piaga della disoccupazione, e di assicurare attraverso programmi sociali e sistemi di tassazione progressiva una più equa distribuzione del reddito. Infine con il piano Marshall, oltre naturalmente a sostenere le esportazioni americane, si mirò ad impedire che la crescita delle economie europee fosse bloccata da una severa crisi della bilancia dei pagamenti causata dal forte aumento dei prezzi interni americani.

Il timore che in Europa Francia, Germania e Italia attribuissero maggiore importanza alla difesa del risparmio, al contenimento della spesa pubblica e all’equilibrio della bilancia dei pagamenti, dedicando insufficiente attenzione all’occupazione, ai programmi sociali e alle politiche di redistribuzione del reddito, portò alla realizzazione dell’ERP (European Recovery Program), quale tentativo di recupero e difesa dell’Europa occidentale dal comunismo in marcia.

Teoria e fatti nella seconda metà del Novecento

Difficilmente lo stato della teoria economica può considerarsi come il principale fattore di cambiamento degli indirizzi di politica economica dei governi, pur restando fuori dubbio che lo stato della teoria finisce prima o poi per retroagire sulla politica. I fattori principali suscettibili di aver provocato il cambiamento degli indirizzi di fondo della politica economica avvenuto alla fine degli anni Sessanta sembrano aver poco a che vedere con gli orientamenti prevalenti in campo teorico. Come nel caso della “rivoluzione keynesiana”, si può dire che la “restaurazione teorica” degli anni Ottanta e Novanta è stata in larga misura effetto , piuttosto che causa, del cambiamento negli orientamenti della politica economica.

Abbiamo visto come nel primo trentennio successivo alla seconda guerra mondiale la “rivoluzione keynesiana”sia diventata la nuova ortodossia in buona parte dei paesi a capitalismo avanzato a causa del pericolo che un ritorno ai livelli prebellici di disoccupazione e di povertà avrebbe potuto rappresentare per la stabilità sociale; e ciò in una situazione in cui l’Unione Sovietica era uscita vincitrice dalla guerra e il suo sistema sociale alternativo stava mostrando grandi capacità in tutti i campi.

Anche l’esperienza, soprattutto europea, dell’ultimo quarto di secolo suggerisce un quadro simile per quanto riguarda la relazione tra teoria e fatti. Nei suoi termini più generali tale quadro può essere descritto mediante la seguente successione causale:

1) circostanze reali determinano l’orientamento di fondo della politica economica nonché i suoi cambiamenti nel tempo – come l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione alla fine degli anni Settanta, sostituito da quello della stabilità dei prezzi

2) l’orientamento di fondo della politica economica riceve sostegno da una teoria o da una restaurazione teorica, che tende a divenire la nuova ortodossia a seguito di quell’orientamento di politica economica

3) la nuova ortodossia sostiene con forza certi principi – ad esempio che per il buon andamento dell’economia le banche centrali devono essere indipendenti dai governi

4) quei principi tendono di fatto ad essere seguiti - alle banche centrali finisce per essere effettivamente attribuita una maggiore indipendenza politica.

Ma quali sono le principali circostanze di ordine pratico che possono aver provocato il cambiamento radicale, intervenuto a partire dalla fine degli anni Settanta, nell’obiettivo principale della politica economica generale? Cosa ha determinato la fine dell’impegno postbellico al mantenimento di alti livelli di occupazione per sostituirlo con quello quasi esclusivo al controllo dell’inflazione?

Essenzialmente il timore (impadronitosi anche delle sinistre europee) dei possibili effetti negativi di lungo periodo di livelli elevati di occupazione, a cominciare dai suoi effetti sull’inflazione, timore che provocò l’allentamento della disciplina sociale, il drammatico aumento nel 1973-74 del prezzo del petrolio, la scomparsa del timore del comunismo conseguente al cattivo funzionamento economico e sociale dell’Unione Sovietica: questi possono essere considerati i fattori decisivi dell’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e della lotta alla povertà. Tale abbandono ha ripristinato in Europa nel corso dell’ultimo ventennio diseguaglianze sociale e tassi di disoccupazione che negli anni Cinquanta e Sessanta sarebbero stati considerati pericolosi per la tenuta del sistema capitalistico.

Neoliberismo e recessione

Le vicende della seconda metà del Novecento suggeriscono dunque con forza che difficilmente lo spirito liberista dominante potrà essere superato, in assenza di fatti concreti capaci di imporre ai governi dei principali paesi il perseguimento di politiche di piena occupazione e di contenimento delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza e dei redditi. Una recessione sufficientemente severa o una stagnazione prolungata sono naturalmente i principali fatti concreti che vengono subito alla mente come possibili fattori di cambiamento tanto degli orientamenti di fondo della politica economica che del clima teorico. Riguardo a quest’ultimo, la realtà di una recessione o di una stagnazione potrebbe indurre molti economisti a rispolverare la loro formazione “keynesiana”, o, se più giovani, a cercare di approfondire punti di vista e principi estranei rispetto ai modi di ragionare dell’ultimo ventennio.

Consideriamo innanzitutto gli attuali programmi americani di riarmo.

Le attuali spese militari statunitensi potrebbero realmente tornare a svolgere un ruolo trainante nel capitalismo avanzato, specialmente nel caso in cui l’attuale politica dei bassi tassi d’interesse e di riduzioni del prelievo fiscale non riuscisse ad impedire un forte calo della propensione a consumare, molto elevata nell’ultimo decennio della vita americana. Ma per il benessere generale le prospettive resterebbero ben più inquietanti che al tempo della guerra fredda fra la superpotenza capitalista e quella comunista. La scomparsa di quest’ultima tende infatti sempre più spesso a tradursi in uno spregiudicato impiego effettivo degli armamenti, come mostrano a partire dal 1991 le campagne di bombardamenti che hanno via via interessato l’Iraq, il Sudan, l’ex Jugoslavia e l’Afghanistan.

Per quanto riguarda l’Europa, una recessione sufficientemente severa potrebbe forse determinare il superamento dello spirito di Maastricht. La recessione potrebbe cioè finire con l’imporre una svolta al progetto di unificazione economica e monetaria, in primo luogo il rigetto dei suoi attuali connotati monetaristici. Un coordinamento a livello europeo di politiche economiche espansive e di protezione sociale, con la creazione di meccanismi di finanza pubblica compensativa finanziati da un bilancio centrale, potrebbe prendere il posto sia dell’insieme di regole che attualmente impongono severi vincoli alle politiche fiscali nazionali, sia dell’attuale enfasi posta su una politica monetaria unica decisa da una banca centrale politicamente indipendente in condizioni di totale libertà per i movimenti di capitali.

Ma la situazione politica del continente - in particolare la marcata subalternità nei confronti dell’ideologia di mercato che si è sviluppata in Europa nel corso dell’ultimo ventennio - lascia francamente poco spazio all’ottimismo circa gli esiti di una recessione. Lo spirito di adesione, anche di buona parte delle sinistre, al processo di deregolamentazione dell’economia sembra essere poco scalfito dalle prove che si sono andate accumulando sul malfunzionamento anche del capitalismo più sviluppato, sia a livello “macroeconomico” che a livello “microeconomico”, (si pensi ai casi Enron, Parmalat, Cirio e ad altri esempi recenti di incontrollata voracità capitalistica).

In queste condizioni gli esiti più probabili di una recessione restano - oltre ovviamente all’aumento della disoccupazione - l’ulteriore riduzione della quota salari, l’accelerazione del processo già in atto verso una maggiore concentrazione della ricchezza, l’ulteriore contenimento della protezione sociale e dei servizi pubblici.

Naturalmente in uno scenario di questo tipo difficilmente potrebbero essere evitati episodi di instabilità sociale, magari accompagnati da riforme istituzionali atte a meglio reprimerli.

Insomma senza più il “pericolo della sovversione comunista” il capitalismo sta dando cattive dimostrazioni della propria capacità di generare benessere e ce ne darà anche di peggiori. Il neoliberismo che ha accompagnato il consumarsi di quel “pericolo” appare infatti suscettibile di sviluppare in direzioni sempre più autoritarie il suo spirito antisociale.

Tags:

Leave a Reply